Made in Italy è sempre sinonimo di capi di qualità? Il prezzo alto è sempre un indicatore da tenere in considerazione? E le certificazioni cosa ci stanno dicendo? Vediamolo insieme.

Come capire se un capo è prodotto in modo etico

Premessa

Sto scrivendo questo post a seguito del servizio di Presa Diretta sui Rai 3 di lunedì sera. Il servizio era “Il sassolino nella scarpa” e faceva luce sulla filiera della calzatura, partendo dal pellame e concludendosi con la realizzazione del prodotto finito. A seguito di questo servizio, mi sono sentita in dovere di modificare l‘articolo che avevo scritto sulla pelle, l’ecopelle e la pelle rigenerata, perché le realtà mostrate sono davvero agghiaccianti e mi coinvolgono in prima persona, dal momento che sono Veneta, di Padova, e abito in una delle zone a contaminazione PFAS.

Cosa sono? Sostanze tossiche dovute alla concia delle pelli e che vengono sversate in acqua senza filtri, contaminando la falda acquifera Veneta, la seconda più grande d’Europa. Queste sostanze causano tumori e altre malattie e finiscono nella frutta e nella verdura che ci mettiamo in tavola. Mi dite cosa c’è di sostenibile in tutto questo?

Come capire se un capo è prodotto in modo etico: Made in Italy è sinonimo di qualità?

Purtroppo la risposta è no, non sempre. Questo servizio di Rai 3 cade proprio a fagiolo. Parlavo con Gaia Segattini proprio di questo, in occasione di una diretta Youtube a cui siamo state invitate per Womer X Impact. Gaia è una che ne sa: è una vera esperta di moda sostenibile, conosce il mondo della moda da svariate decadi e ha avuto modo di sviscerare la realtà tessile italiana in lungo e in largo, prima di imbarcarsi nell’avventura del suo brand di maglieria, Gaia Segattini Knotwear, che ovviamente è etico e sostenibile.

Chiacchierando prima della diretta, io ho detto: “Basterebbe leggere un po’ le etichette!” e lei giustamente mi ha corretto: “Magari bastasse quello!”. Aveva ragione. Ormai non basta più leggere le etichette, o meglio, anche le etichette possono essere fuorvianti: dietro ad un “made in Italy” che acquistiamo in assoluta buona fede, possono nascondersi realtà agghiaccianti, come ha mostrato il servizio televisivo di Rai 3. Ovviamente, il senso della mia battuta era: se la gente smettesse di comprare roba realizzata dall’altra parte del mondo, già sarebbe un grande passo avanti e sono d’accordo con Gaia che questo non basta. Non basta più. E per fortuna che, una volta ogni milione di anni, viene messo in onda un servizio alla TV che permette alla massa di vedere qualcosa di ciò che sta dietro al mondo malato del sistema moda, a cui chi si occupa di moda sostenibile cerca di sensibilizzare da tempo.

Come capire se un capo è prodotto in modo etico

Cosa mostrava il programma “Il sassolino nella scarpa”

Il programma di Rai 3, oltre ad una analisi del settore conciario italiano, uno dei primi al mondo per quantità di pelle prodotta, che ha sottolineato come, ai produttori, resti pochissimo rispetto ai prezzi a cui gli articoli vengono venduti al consumatore finale. Le grandi aziende subappaltano, chiedono prezzi sempre più bassi e dove possono tagliare, dal momento che devono tenere in piedi tutta la macchina di marketing, punti vendita, agenti, eccetera? Sui tessuti e sulla manodopera. Le aziende si trovano costrette a delocalizzare (anche in Albania, non solo in Bangladesh), oppure ricorrono a metodi altrettando poco etici qui in Italia.

Nella zona del pratese (ma secondo il libro di Dario Casalini “Vestire buono pulito e giusto” anche qui in Veneto, nel vicentino e perfino nel padovano – dove vivo io!) ci sono realtà di gestione straniera, ma non solo, in cui gli operai lavorano esattamente come in Bangladesh o in Cina. Condizioni di lavoro simili alla schiavitù, nessuna protezione contro le sostanze chimiche utilizzate, orari di lavoro del tutto fuori dalle norme contrattuali italiane. E se per caso i lavoratori (tra cui pochi se non nessun italiano) si sognano di protestare, vengono presi a mattonate (letteralmente) in testa… e siamo in Italia. E quei capi li compriamo noi, con il cartellino “Made in Italy”.

Altro dramma nel dramma: i meccanismi di certificazione. Ci sono enti certificatori poco seri, che attribuiscono la SA8000, la certificazione che dovrebbe garantire la salubrità dei luoghi di lavoro, a fabbriche che di salubre ed etico non hanno niente. E le aziende si nascondono dietro ai loro codici etici. Da brividi…

Come capire se un capo è prodotto in modo etico

Quindi, come capire se un capo è prodotto in modo etico?

Il modo più semplice per arginare questo sistema di sfruttamento è uno: NON COMPRARE, o meglio, smettere di comprare a caso, spinti dalla noia, dalle pubblicità, dal prezzo basso, da un impulso compulsivo. È evidente che non si può smettere di comprare in senso lato, ma basterebbe cominciare ad orientare le nostre scelte verso brand piccoli, artigianali, che conoscono tutta la loro filiera, che sanno dirvi esattamente come viene realizzato ogni singolo capo.

Quando acquistiamo da brand piccoli, che magari non hanno punti vendita fisici, che non hanno importanti campagne di marketing e simili, i costi rimangono necessariamente più contenuti, perché quei costi accessori alla fine si ripercuotono sul prodotto finale. In più i brand piccoli rispondono direttamente della qualità dei loro prodotti.

Come capire se un capo è prodotto in modo etico

Comprare meno e comprare meglio e riabituarsi alla qualità

Una volta avevamo molto più chiara l’idea di cosa fosse un capo di qualità: com’erano fatti i capi, com’erano finiti, la pesantezza del tessuto. Prova ne è il fatto che i capi vintage sono arrivati fino a noi e sono ancora belli e preziosi: riuscite a pensare ad un destino simile per i capi fast fashion in poliestere pagati €4,99?

In molte mi hanno sottolineato il fatto che i capi sostenibili sono cari e che c’è poca scelta per le taglie curvy e plus size. Condivido solo la seconda affermazione: non è la moda sostenibile che costa tanto, ma il fast fashion che costa troppo poco, per tutti i motivi che abbiamo appena visto, e che ci ha abituato a prezzi sempre più bassi e stracciati. La soluzione? Acquistare meno e preferire second hand.

Nel momento in cui smettiamo di spendere soldi per cose inutili, quel budget ci resta per fare acquisti che abbiano un senso. Vogliamo toglierci uno sfizio? Prendiamo in considerazione il second hand, che, come vi ho già detto un milione di volte, non è affatto brutto, sporco e cattivo: molto spesso si possono trovare addirittura capi nuovi con il cartellino. Questo è comprare meglio: immettere nell’ambiente meno materie prime nuove possibile e sfruttare al massimo quello che già abbiamo. Scegliere cachemire e lane rigenerate, cotone riciclato, PET riciclato, sempre informandosi per evitare di cadere in pratiche di greenwashing (cosa che vedo sempre più spesso). Ricordatevi che non sempre la scritta “Ecologico” o “sostenibile” vogliono dire “etico”, anzi.

Per quanto riguarda la poca scelta per curvy e plus size, sono d’accordo, ma una possibile soluzione c’è anche qui: farsi fare uno, due capi a stagione (inteso primavera/estate e autunno/inverno) da una sarta, con il tessuto che vogliamo noi e come lo vogliamo noi. Un po’ alla volta avremo un guardaroba che ci rispecchia, di qualità, fatto apposta per noi.

Come capire se un capo è prodotto in modo etico

Riassumendo: come fare per capire se un capo è prodotto in modo etico?

Non c’è una ricetta magica, ma potete tenere presente queste indicazioni di base:

  • Acquistate per lo più da brand piccoli, che hanno il controllo di tutta la loro filiera e che sono trasparenti: meno sono i passaggi tra il produttore e il consumatore, meno denaro viene utilizzato in step che non hanno a che fare con il prodotto finale, ma che si ripercuotono alla fine sul suo prezzo (che, come avete capito, non è affatto un indicatore di qualità e che però paga il consumatore finale)
  • Se possibile acquistate second hand
  • Controllate attentamente il capo: se si lesina sulla qualità del prodotto negli step di produzione, in mano vi trovate tessuti scadenti, sottili e finiture realizzate velocemente, destinate a non durare
  • Non fermatevi alla scritta “Cotone bio” o simili: non vi sta dicendo nulla su dove e come è stato prodotto quel capo
  • Chiedete, chiedete, chiedete: se l’azienda è seria, vi risponde!

Ecco qui quello che mi sento di dirvi su questo argomento… mi rendo conto che sia poco, ma è comunque un inizio